Storia delle big band nella swing era: quali erano le migliori?

Alcuni storici della musica sono certi che il termine “swing” in ambito musicale sia nato alla fine dell’Ottocento, nell’ambito del ragtime; pare che quel “dondolare” si riferisse, infatti, proprio all’effetto che questa musica creava in coloro che la ascoltavano e la ballavano. Ma fu nel campo del jazz che questo particolare movimento venne intensificato ed introdotto volutamente, accentuando i tempi e scandendo il ritmo più fluidamente: nasceva così l’era d’oro dello swing, che per almeno un decennio – dal 1935 al 1945 – ha riempito ed elettrizzato le ballroom degli Stati Uniti. In questo articolo andremo a scoprire com’è nato questo fenomeno, quali furono le band più celebri dell’epoca e quali sono stati gli artisti che maggiormente hanno contribuito allo sviluppo del nostro genere preferito!

La nascita dell’era dello swing e la diffusione delle big band

I semi delle big band swing erano già stati piantati nel decennio precedente: erano ancora gli anni ‘20 quando Fletcher Anderson iniziava a suonare nei locali di Manhattan, a New York, e tra le fila della sua band già militavano futuri mostri sacri come Louis Armstrong. Il termine “big band” non era ancora ufficialmente nato e si dovette aspettare qualche anno prima che la formazione tipica di queste orchestre divenisse uno strandard unanime: il nome deriva proprio dal numero dei componenti che creavano queste formazioni, in genere particolarmente elevati. Le big band comprendevano infatti una serie di strumenti a fiato oltre al classico pianoforte, all’immancabile contrabbasso, alla chitarra e alla batteria. Questi ensemble si esibivano nelle ballroom e allo stesso tempo, grazie all’avanzare delle tecnologie domestiche come i giradischi, iniziavano a registrare le proprie fatiche per uscire sul mercato grazie al supporto delle maggiori case discografiche.

Le grandi sale da ballo di New York erano ai tempi affollatissime e ne aprivano di nuove con incredibile regolarità, tanto che la 52esima strada venne addirittura ribattezzata “Swing Street” dai giornalisti e dagli appassionati di musica della Grande Mela: nel corso di tutta la sua lunghezza si contavano oltre una quaratina di ballroom! Ovviamente il locale più quotato era il Savoy, del quale abbiamo già parlato approfonditamente (potete leggete qui il nostro articolo a riguardo); non abbiamo mai detto, però, che una delle big band più celebri del periodo gli dedicò addirittura un pezzo: Stompin’ at the Savoy, dell’orchestra di Chick Webb, era la canzone che più di ogni altra riusciva ad omaggiare, esaltare e a scatenare il pubblico dell’omonima sala.

L’evoluzione del jazz e i primi grandi protagonisti dello swing

C’è stato un momento cruciale nella storia della nostra musica preferita, e purtroppo – come spesso accade – anche in questo caso furono gli eventi più nefasti e sfavorevoli a portare i maggiori sviluppi e i cambiamenti più importanti: la crisi economica avvenuta sul finire degli anni ‘20, infatti, costrinse molti musicisti americani a trasferirsi in Europa in cerca di fortune o a modificare il proprio stile, cercando di offrire al proprio pubblico una musica più leggera, popolare e ballabile: lo swing, per l’appunto! Proprio a causa di questa serie di eventi e alle loro relative conseguenze, il pubblico delle orchestre jazz diventava più ampio e molti dei protagonisti di questa nuova ondata erano bianchi: le comunità afroamericane non erano quindi più le uniche depositarie di questo genere musicale, e andavano così a crearsi nuove frontiere e sperimentazioni.

Il mondo del jazz e dello swing riusciva così ad ottenere nuova linfa, grazie a dei maestri come Duke Ellington, Count Baisie, Glenn Miller, ma soprattutto a uno dei massimi protagonisti di questa era musicale, il Re dello Swing Benny Goodman (del quale potete leggere la biografia a questo indirizzo). Risale proprio a Duke Ellington, inoltre, una delle frasi più famose e rappresentative del periodo: It don’t mean a thing if it ain’t got that swing (letteralmente, “non significa niente se non c’è lo swing”), celebre adagio che viene ripetuto nell’omonimo brano e che sintetizza nel migliore dei modi la filosofia di vita di ogni musicista swing e di tutti i ballerini di Lindy Hop!

Quali erano le big band più celebri e quotate dell’era d’oro dello swing

Ma quali erano, dunque, le big band che più hanno segnato questo magico periodo? Prima di passare alle orchestre che suonavano nella Grande Mela, fermiamoci un attimo in un’altra città di fondamentale importanza per lo swing: Kansas City. Nella capitale del Kansas era Count Basie la punta di diamante, una presenza fissa al celebre Reno Club assieme alla sua orchestra composta da nove incredibili musicisti: insieme formavano infatti i Barons of Rythm. Il già citato Duke Ellington teneva banco invece al Cotton Club, a New York: i suoi brani più amati erano i suoi riarrangiamenti in chiave swing dei successi dell’epoca; grazie alla collaborazione con l’arrangiatore Billy Strayhorn scrisse pagine di storia importantissime.

Ma come abbiamo già sottolineato, non erano solo gli afroamericani ad ergersi portabandiera di questa corrente: non a caso l’unico vero Re, Benny Goodman, era uno dei bianchi ad avere più “swing” in assoluto, oltre ad essere unanimamente riconosciuto come il miglior clarinettista di sempre. Anche la big band del trombonista Tommy Dorsey era quotatissima, ed insieme al fratello Jimmy fondò un’orchestra dal buon successo di pubblico; la Dorsey Brothers Orchestra si ricorda particolarmente per il fatto che tra le sue fila militarono dei giganti della musica come Bing Crosby e addirittura Frank Sinatra. Fu un decennio davvero straordinario per questa forma d’arte e tutt’oggi ne sono evidenti le influenze: è una vera fortuna che la testimonianza storica di questo periodo sia giunta fino a noi sottoforma delle incisioni e delle registrazioni dell’epoca; capolavori che difficilmente qualcuno riuscirà a spodestare dalla storia della musica!